Un anno perso senza un perché

Se nei decenni Roma ha puntato sulla gomma e non sul ferro, se ha scelto come mezzo primario di spostamento l’autobus e non la metro, è per miopia e mancanza di strategia. Si è preferito il vettore che si dimena nel traffico al posto di quello che sfreccia autonomo. Quello con la capienza del cucchiaino e non del mestolo. E tutto il sistema infrastrutturale su rotaia lo si è improvvisato: uno snodo mancato, un bivio sbagliato, una stazione deserta, una galleria abbandonata, chilometri di binari morti, una nuova metro realizzata a singhiozzo, e tante tante potenzialità inespresse.

L’assenza di una pianificazione chiara della mobilità, di un’idea di fondo efficace e coerente, ci ha lasciati a fare i conti coi disagi degli spostamenti quotidiani.

Con Metrovia abbiamo offerto la visione che manca. Abbiamo messo in piedi un sistema di trasporto possibile, trasformando l’esistente, riutilizzando quello che c’è.

Da una giunta che si è proposta per il cambiamento, e che vorrebbe basare sul riuso, sulla sostenibilità ambientale, sul “meno costi e più benefici” la propria cifra politica, ci saremmo aspettati, da subito, curiosità e attenzione. E un approccio diverso dal passato: capace di visione.

Invece non si sono viste né l’una, né l’altra cosa.

Un anno intero è stato buttato al vento, tra boicottaggi veri o presunti nei nostri confronti, sollecitazioni inascoltate, inviti declinati (la presentazione di Metrovia al MacroAsilo), richieste di incontro accolte solo parzialmente e con molto ritardo.

Un anno di incomprensibili silenzi. Mentre della Metrovia hanno cominciato a parlare i network locali, alcune riviste nazionali e, in un caso, internazionali.

Un anno che si poteva usare per intavolare incontri, per approfondire.

Le parti in gioco sono tante: Regione, Ferrovie, Atac, sindacati, possibili gestori, costruttori. Ma al di là di tutti, il vero motore che può dare vita al percorso resta il Comune di Roma. A prescindere dalla proprietà e dalla gestione dei servizi, è la Capitale a beneficiare del sistema. L’esigenza, dapprima, è la sua.

Dunque spettava al Comune sposare l’idea, fare tutti gli approfondimenti tecnici e le opportune verifiche di fattibilità, e poi tracciare un percorso: chiamare a raccolta gli interlocutori e aprire i tavoli di discussione. Fare cioè la regia di un processo che, per tappe, creasse i presupposti per concretizzare il piano.

In un anno ben condotto, oggi forse saremmo pronti per iniziare almeno con le cose più semplici.

Siamo stati i più votati sul portale del PUMS quasi un anno fa. E invece hanno ascoltato tutte le proposte migliori, tranne la più gettonata: quella di sistema, su cui si poteva costruire l’intero piano della mobilità.

Solo oggi, a cose fatte, prestano un orecchio a Metrovia. E lo fanno a modo loro. Spuntando le caselle. Questo c’è, questo no ma non importa. Questo lo abbiamo previsto. Questo non si può. Questo lo facciamo, ma in un altro modo. Mettono gli ingredienti sul tavolo. E la ricetta, dov’è? Gli ingredienti senza ricetta possono essere cucinati in mille modi diversi. Non solo, ma senza la ricetta finale di Metrovia, i singoli ingredienti magari non piacciono, e risultano quindi difficili da ingoiare.

È il motivo per cui ogni opera incontra sempre un ostacolo insormontabile. Senza la finalità ultima, che inserisce l’opera nel quadro d’insieme e che chiarisce le vere opportunità dell’intero sistema, ogni intervento deve fare i conti con il particolare, con le bizze di quartiere, coi comitati del “no” a tutto.

È tardi. Si è perso un anno. E anche se oggi si convincessero della bontà di Metrovia, sanno che il tempo per raccogliere i frutti elettorali di questo progetto, è ormai scaduto.

Rassegniamoci dunque ad un PUMS come sommatoria di episodi isolati. Patiamoci il parco di nuovi autobus che continueranno a ciondolare nell’ingorgo quotidiano. E prepariamoci a guardare oltre, al prossimo giro.

“I romani sono pronti a voltare pagina” diceva Virginia Raggi all’indomani della vittoria elettorale: “Il vento sta cambiando”. I romani sì, sono pronti. Ma la pagina s’è appiccicata alla precedente. E il vento soffia sempre la stessa aria.


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