Le talpe di Metro C? Tombate. Anzi no, anzi forse

talpe di metro C maggio 2020

Di Paolo Arsena e Corrado Cotignano

Eccoci alla terza puntata di questa surreale vicenda. Verrebbe da chiamarla Odissea, se non fosse che Ulisse in dieci anni ha almeno girato per il Mediterraneo, mentre la Giunta gira in tondo. E il cantiere di Metro C resta immobile.

Eravamo rimasti alle talpe in ripartenza. Ma poi? Le notizie su cosa sia successo al cantiere di Metro C dopo novembre scorso sono alquanto contraddittorie.

E se a piazza Venezia sono iniziati i carotaggi nel sottosuolo, sul fronte opposto, sotto i Fori Imperiali, le talpe Shira e Filippa, le due grandi macchine che scavano i tunnel, non si sono più rimesse in moto. Perché l’iter è in alto mare. Vediamo perché.

Talpe tombate

Una volta completati gli scavi dei tunnel, le talpe devono essere estratte. In assenza di un pozzo alla fine degli scavi da cui tirarle fuori, bisogna smontare il lungo corpo delle escavatrici dalle loro teste e riportarlo a ritroso fino ad Amba Aradam. Le teste fresanti invece non possono retrocedere, pertanto finiscono abbandonate sul posto, cementate per contenere possibili cedimenti del terreno circostante.

Fare questo sotto i Fori, laddove terminava la tratta in corso, significava lasciare due tappi inestraibili che avrebbero reso complicatissimo il prolungamento della linea, scrivendo di fatto la parola fine ai sogni di sviluppo di Metro C.

Pertanto, ben prima che le talpe arrivassero a fine corsa, bisognava finanziare il tratto successivo della linea almeno fino a piazza Venezia. Perché solo il grande spazio aperto davanti al Vittoriano offre la possibilità di tombare le talpe in attesa della realizzazione del pozzo della futura stazione, da cui potranno essere estratte le teste fresanti senza pregiudicare nulla del patrimonio archeologico, né la prosecuzione di Metro C. Invece nessuno ha mosso un dito per anni e le talpe sono nel frattempo arrivate al loro traguardo.

Anzi no

Quindi in pieno autunno scorso, sospinta dagli allarmi e dalle sollecitazioni di comitati, tecnici e cittadini, l’amministrazione ha repentinamente convertito il prolungato lassismo in affannoso recupero: resasi conto del danno (e soprattutto dell’eco che ne stava montando) è riuscita in extremis a presentare il progetto del prolungamento fino a Piazza Venezia e a farselo finanziare dalla ministra De Micheli. L’approvazione del CIPE è arrivata a tempo di record, il 20 dicembre scorso.

Tutto bene quel che finisce bene, dunque? Mica tanto.
Già allora avevamo segnalato alcuni aspetti tecnico-economici che ci lasciavano perplessi.
La prima talpa era ormai in fase di smontaggio. Supposto che l’operazione fosse ancora reversibile, a quali costi questo fare e disfare? Era possibile spegnere e fermare le escavatrici o non era per caso necessario tenerle accese in pressione sul terreno, al fine di evitare rischi di cedimenti? E per quanto tempo questi macchinari potevano continuare a girare a vuoto, senza avanzare? Ma soprattutto, a quali costi si mantiene un cantiere in sospeso, in attesa dell’ultimo timbro? Tanto più che la stasi si ripercuote anche sui cantieri delle stazioni Fori Imperiali e Amba Aradam, che non si possono completare perché attendono appunto lo smontaggio delle talpe. Un blocco quindi di tutta la filiera in costruzione, che farà tardare anche l’apertura delle nuove stazioni.

L’euforia del Campidoglio ci pareva decisamente fuori luogo, considerato che tutto il pasticcio era nato esclusivamente dal ritardo dell’amministrazione stessa, disinteressatasi per oltre tre anni alla questione.

Anzi forse

Oggi apprendiamo che mentre a piazza Venezia si è aperto il cantiere per sondare il sottosuolo su cui progettare la stazione, sotto il Foro di Traiano le talpe sono ancora bloccate. Non fosse bastato lo scampato pericolo, è da cinque mesi che manca l’ultima firma del Campidoglio per sbloccare l’iter. Pensare di riattivare gli scavi in corsa, infatti, era solo un miraggio. I passaggi burocratici sono molti: controllo della Ragioneria Generale; verifica del Segretariato Generale; approvazione della Giunta; esame delle commissioni competenti e infine un passaggio all’Assemblea Capitolina.
Oggi sappiamo solo della verifica della Ragioneria, non ancora conclusa perché ha inserito le sue osservazioni e attende dal Campidoglio alcuni correttivi.

Ci vorrebbe un’autorevole regia politica capace di serrare e dettare i tempi di tutta la trafila, ma quale autorità può esercitare un’amministrazione che si è ridotta all’ultimo secondo utile, e che per questo rischierebbe di esporre ogni organo ad un lavoro affrettato e passibile di conseguenze legali?
Il consorzio di Metro C, che ha in carico l’esecuzione delle opere, non s’è mai fermato. Anche in tempi di Coronavirus ha approntato le necessarie misure di sicurezza pur di non interrompere un cantiere che lotta contro il tempo. Ma ha potuto sbrigare solo mansioni secondarie, senza poter muovere le escavatrici. Sollecitando, incalzando e poi protestando a più riprese contro “l’inaccettabile condotta” del Campidoglio.

Urge correre, dunque, ma non si può correre. Mentre si continua a bruciare denaro, e permangono i rischi e gli interrogativi tecnici cui abbiamo accennato.
Questi sono i frutti dell’improvvisazione di chi non ha agito per tempo, avendo avuto tutto il tempo per farlo.
Ma la sindaca esulta su Facebook: “tutto procede bene, a pieno ritmo e in sicurezza”.

Se lo dice lei, possiamo stare tranquilli. O stare sereni?

Per le precedenti puntate:

Sepolte le talpe, pietra tombale su Metro C

Una luce di speranza per Metro C. In zona Cesarini