Sepolte le talpe, pietra tombale su Metro C

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Di Paolo Arsena e Corrado Cotignano

Semplicemente assurdo.

La giunta Raggi mette una pietra tombale, non metaforica ma reale, sulla Metro C: è ormai confermato che le talpe resteranno sepolte sotto i Fori Imperiali. Un ostacolo enorme alla prosecuzione della tratta fino a Clodio.

Facciamo anzitutto chiarezza sul problema.

Le “talpe” (tecnicamente TBM, Tunnel Boring Machine), sono le grandi macchine a sezione tonda che aprono il varco nel sottosuolo, generando i tunnel della metropolitana ipogea sotto lo strato archeologico (quindi senza rischi per l’antica città sepolta). Si tratta di enormi escavatrici lunghe 100 metri e larghe 7 per 750 tonnellate di peso, in grado di avanzare fino a 20 metri al giorno posando contestualmente gli anelli prefabbricati che formano la volta della galleria.

Queste talpe hanno un pozzo di ingresso nel sottosuolo e devono avere, finita la tratta in costruzione, un punto d’uscita. Perché se non si estraggono, vengono abbandonate alla fine della galleria, o almeno viene abbandonato lo scudo frontale, impossibile da estrarre nemmeno a ritroso.

Prevedere la fuoriuscita delle talpe appare scontato: “tombarle” rappresenta infatti un grande spreco, considerato l’altissimo costo di fabbricazione, e un ostacolo fisico al prosieguo del percorso. Nel nostro caso significa cementare le teste fresanti sotto i Fori Imperiali: la tratta è progettata e finanziata solo fino a 200 metri da piazza Venezia, con i tunnel che si arrestano all’altezza del Foro di Traiano.
L’unica opzione logica e possibile sarebbe stata quella di spingere le TBM fino al perimetro previsto per la futura stazione Venezia. Si sarebbero quindi tombati gli scudi delle talpe per poi recuperarli durante la realizzazione della stazione, per un costo aggiuntivo limitato a circa 8 milioni. Ma serviva almeno il progetto definitivo e il finanziamento del nuovo segmento fino alla piazza.

E invece il progetto non c’è. La stazione non si farà. E quindi, ciao còre, addio al prolungamento.

Così, l’abbandono delle talpe sotto il Foro di Traiano è ormai inevitabile, dato che Shira e Filippa, le due TBM che scavano la linea C, stanno per ripartire per fare l’ultimo tronchetto in programma. E d’altro canto è impensabile tenere le escavatrici ferme ad oltranza dove si trovano, a Fori Imperiali, perché questo comporterebbe il perdurante impedimento a completare la stessa stazione e ad attivare il nuovo tratto eseguito.

Il risultato è che d’ora in avanti proseguire la linea C sarà un’impresa. Per farlo, si dovrà procedere a realizzare il nuovo tunnel da Piazza Venezia fino a congiungersi a quelli già scavati, bypassando le TBM tombate, in modo quindi assai più invasivo, in pieno centro storico, con tutte le complicazioni e le conseguenze che è facile immaginare. E soprattutto a carissimo prezzo: MetroxRoma ha calcolato almeno 80 milioni aggiuntivi!

Ma come si è potuti arrivare a questo punto?

In tanti anni, non è stato mai risolto il nodo originario della stazione Venezia, dapprima inclusa nella tratta T3 S.Giovanni-Fori Imperiali, e poi accorpata alla successiva tratta T2. Venezia, da sempre fondamentale anello di congiunzione tra le due tratte, dal 2006 è relegata nel limbo dell’incertezza. Si fa solo se si prosegue. Si fa comunque. Oppure non si fa, come deciso al suo insediamento dalla giunta Raggi, quando a metro e grandi opere furono preferiti un profluvio di fantasiosi e improbabili palliativi (funivie, people mover, tramvetti a casaccio). Pannicelli caldi diventati tra l’altro (per mero e incomprensibile capriccio) le famose “invarianti del PUMS”.

E dire che già nel 2013, con l’incedere dei lavori verso San Giovanni, il governo Letta aveva messo a disposizione 300 milioni per realizzare almeno la stazione Venezia (Decreto del Fare), ma i fondi vennero poi cancellati due anni dopo proprio per la mancata presentazione di un progetto definitivo.

Con la giunta Raggi l’inerzia si è aggravata: il progetto della tratta Venezia-Clodio è stato bloccato e sottoposto a revisione, senza mai ripartire. Perché la società demandata al riesame, la partecipata Roma Metropolitane, è stata tenuta a bagnomaria per tre anni, e ora è in via di smantellamento. Vale a dire che il braccio operativo dell’Amministrazione, quello che progetta e manda avanti gli iter per le linee metropolitane, non ha più ricevuto incarichi per tre anni, e sarà chiuso (o meglio, lasciato fallire).

Tralasciando ogni altra considerazione sul merito della scelta, ci si domanda come sia possibile pensare di mandare al macero la partecipata che si occupa concretamente di metropolitane, senza almeno aver messo prima in sicurezza il buon esito dei cantieri in corso.

Al netto della resipiscenza sulle metro (infilate solo a cose fatte, nel PUMS), di fronte a questi risultati le parole stanno a zero: non solo non sono stati portati avanti, in questi tre anni, i prolungamenti delle metro A e B, ma si è abbassata la saracinesca anche sulla C. Consegnando ai posteri la grana pesante di scalare una montagna, se si avrà ancora l’ardire di completare la linea.

Ci domandiamo quando finirà questo assurdo calvario delle occasioni sprecate. Nodi mancati, stazioni inadeguate. Ferrovie e metropolitane che per anni pianificano senza parlarsi. Il progetto Metrovia snobbato. Ora anche la metro C amputata per dabbenaggine ed imperizia.

Chi ci guarda da fuori magari la prende a ridere, come fosse una barzelletta.

Ma qui invece si piange: su queste basi Roma non si rialza.